Pochi mesi fa è nato in Italia un nuovo partito, che da subito ha scosso l’intorpidito sistema politico italiano. Vi sono confluiti esponenti dei due principali partiti della coalizione governativa guidata da Romano Prodi: i Democratici di Sinistra (DS) e la Margherita, la cui leadership è affidata all’On. Francesco Rutelli.
L’idea di fondo che ha spinto alla costituzione di questa nuova entità politica è sostanzialmente quella di dare nuovo vigore alla sinistra riformista italiana, favorirne l’unità e garantirne una maggior chiarezza di contenuti e coesione. Niente di più giusto e comprensibile. Il punto è capire se il Partito Democratico, così come è stato concepito, potrà raggiungere questi ambiziosi obiettivi.
Gli aspetti che hanno suscitato da subito grandi polemiche sono stati quelli relativi alla collocazione europea del nuovo partito e al laicismo. La componente del partito proveniente dalla Margherita, moderata e estremamente attenta alle istanze cattoliche, ha fatto valere su questi punti la propria posizione e il manifesto politico che ne è risultato non fa infatti cenno né al Socialismo Europeo, né alla rivendicazione di quel laicismo di cui, a mio parere, l’Italia ha più che mai bisogno.
Da più parti questo lungo dibattito sui “contenitori” è stato criticato e si è sottolineata la necessità di discutere su contenuti programmatici in grado di rispondere alle esigenze della cittadinanza.
Mi sono chiesta se la lunga discussione sui contenitori non fosse diretta conseguenza della difficoltà a trovare contenuti comuni a due forze politiche le cui ispirazioni paiono tanto diverse.
Credo che ogni forza politica debba avere dei valori ispiratori, degli obiettivi di riferimento sui quali non può negoziare, sui quali non può cedere a compromessi pena la sua perdita di identità, di significato politico. Mi sono spesso chiesta quali siano questi valori nel Partito Democratico. Non ho trovato risposta nel manifesto né nelle divergenti dichiarazioni dei suoi leader.
Tuttavia, qualche settimana fa la candidatura di Walter Veltroni, apprezzato sindaco DS di Roma, ha senza dubbio dato respiro e speranza al Partito Democratico. Scalfari, fondatore e prima firma del noto quotidiano La Repubblica, l’ha definita un “atto di generosità” perché “senza la prospettiva della sua candidatura la coalizione sarebbe già morta e di conseguenza anche il governo”. Veltroni pare l’unico a poter aprire il partito democratico alle forze vive della società italiana, a poter suscitare in elettori che hanno perso fiducia nella politica e nella sinistra quell’entusiasmo, quella passione per l’agire politico, quella concretezza di contenuti che mancano a destra come a sinistra.
Anche il discorso di Veltroni al Lingotto di Torino, durante il quale si è presentato ufficialmente come candidato alla leadership del Partito Democratico, sembrava aver risposto alle domande sui contenuti programmatici. Aveva parlato dei giovani, del lavoro, del precariato, di evasione fiscale, del Mezzogiorno, del Nord sempre più lontano dalla sinistra, di Europa.
Poi la natura eterogenea del Partito Democratico si è di nuovo presentata con tutte le sue contraddizioni quando Rutelli ha ufficializzato il manifesto con il quale la Margherita si appresta ad appoggiare il nuovo partito. In questo documento vi é un accenno neanche troppo mascherato ad un possibile spostamento verso il centro-destra del partito democratico: il nuovo partito, vi si legge, potrà stipulare “alleanze di nuovo conio”. Il riferimento all’On. Casini e all’UDC pare piuttosto esplicito. Ma allora dove va il partito democratico? Va verso l’unificazione di una sinistra riformista o va verso la resurrezione di una vecchia democrazia cristiana, di un centro di cui molti sembrano avere nostalgia?
La reazione di Veltroni è stata composta ma preoccupata, temendo che il manifesto di Rutelli possa danneggiare l’attuale governo e creare ulteriori difficoltà al nascente soggetto politico.
Il Partito Democratico sembra, così, aver deluso le aspettative di coloro che speravano in una forza politica nuova che unificasse la sinistra intorno a valori condivisi e all’idea di un socialismo riformista di respiro europeo. In questo quadro poco confortante si inserisce il movimento della Sinistra Democratica (SD), nato su iniziativa degli On. li Fabio Mussi e Gavino Angius, due autorevoli esponenti dei DS che hanno deciso di non aderire al Partito Democratico. La SD è un movimento che vuole recuperare l’identità e i valori della sinistra, e riproporre l’attualità dell’esigenza del socialismo, incarnando i nuovi valori e i nuovi bisogni sociali, quali lo sviluppo sostenibile, la lotta alla precarietà, la laicità.
La proposta della SD non è quella di formare un altro partito, bensì quella di creare una piattaforma identitaria e programmatica con le altre forze della Sinistra, fortemente ancorata ai valori del socialismo europeo, con lo scopo di rappresentare nuovi soggetti sociali, nuove esigenze, i bisogni e i diritti dei lavoratori. L’obiettivo è quello di ritrovare e descrivere una “visione di sinistra” dei problemi che affliggono l’Italia come presupposto per l’unificazione delle forze progressiste.
Il progetto è ambizioso ma entusiasmante soprattutto se pensiamo che il risultato più immediato e concreto della creazione del Partito Democratico è stato un forte indebolimento della sinistra, non tanto come forza politica, quanto come prospettiva con cui analizzare la realtà, cercare soluzioni, proporre alternative.
La SD, per gli obiettivi che si pone, rappresenta la speranza di dare nuovo slancio alla sinistra italiana. Per questo credo che i partiti socialisti europei dovrebbero guardare con attenzione e sostenere lo sforzo che sta compiendo questo movimento e l’entusiasmo con cui sta perseguendo l’obiettivo di una sinistra unitaria, sentito come urgente non solo in Italia.